Sto lavorando al progetto preliminare degli impianti meccanici di una struttura sanitaria polivalente esistente, completamente da ristrutturare.
La struttura è piuttosto articolata: otto piani complessivi di circa 250 mq ciascuno, di cui due interrati e sei fuori terra, oltre agli spazi tecnici di cui un intero piano al -3.
Le principali destinazioni sono:
- radiologia, con RM e TAC al -.2; chirurgia ambulatoriale con tre sale (classificata come PC1 secondo la normativa della Regione Lazio) al -1; reception e accettazione al terra; odontoiatria l; fisioterapia al 2; riabilitazione al 3; dialisi al 4; uffici al 5.
Sono ancora nella fase iniziale di concezione degli impianti e, in questo momento, devo soprattutto interfacciarmi con gli architetti per definire gli spazi tecnici da riservare alla parte impiantistica: gruppi frigoriferi e pompe di calore, UTA, locali tecnici, cavedi per le colonne idroniche e canali dell’aria, controsoffitti ecc.
Il problema principale è che gli spazi sono molto limitati, sia come superfici disponibili sia come altezze dei controsoffitti. Prima di chiedere agli architetti spazi che probabilmente non riusciranno a trovare, sto quindi cercando di capire quanto sia possibile accorpare gli impianti e quanto invece sia necessario separare le varie funzioni.
Le domande sarebbero tante, ma partirei dalla concezione generale delle UTA.
A parte la radiologia e la chirurgia, è secondo voi possibile prevedere un’unica UTA, eventualmente organizzata per zone e con batterie di post-trattamento, che serva reception, odontoiatria, fisioterapia, riabilitazione, dialisi e uffici?
Naturalmente si tratterebbe di piani e destinazioni differenti, con regolazioni separate delle portate e delle temperature.
Ho studiato i requisiti nazionali e quelli della Regione Lazio relativi all’autorizzazione e all’accreditamento e, almeno per alcune di queste destinazioni, non mi sembra di aver trovato l’obbligo esplicito di una UTA dedicata.
Il dubbio principale riguarda la dialisi: secondo la vostra esperienza deve necessariamente avere una propria UTA oppure può essere servita da una UTA comune ad altre zone, purché siano garantiti i ricambi d’aria, la filtrazione, le condizioni termoigrometriche e le eventuali pressioni richieste?
Chiaramente un’unica UTA per tutte queste destinazioni diventerebbe una macchina abbastanza grande e con una distribuzione molto estesa. L’alternativa potrebbe essere suddividere almeno per gruppi di piani, ma sto cercando di capire quale sia il limite ragionevole tra accorpamento e separazione.
Come impostazione generale avrei pensato a un impianto misto aria-acqua a quattro tubi, con aria primaria trattata dalle UTA e terminali idronici nei singoli ambienti.
Per la produzione dei fluidi caldi e freddi sto valutando tre pompe di calore reversibili da circa 500 kW ciascuna:
- una normalmente dedicata alla produzione di acqua calda;
- una normalmente dedicata alla produzione di acqua refrigerata;
- una terza macchina in backup al 100%, utilizzabile sia sul caldo sia sul freddo.
L’idea è quella di avere contemporaneamente caldo e freddo durante tutto l’anno, vista la compresenza di destinazioni e carichi molto diversi oltre a pareti vetrate estese su quasi tutto il perimetro.
Per la risonanza magnetica prevederei invece un sistema completamente dedicato, sia per il raffreddamento delle apparecchiature sia per la climatizzazione dei locali: chiller dedicato e UTA dedicata, naturalmente da coordinare con le indicazioni del fornitore della macchina.
Altro grosso dubbio riguarda il piano della chirurgia ambulatoriale PC1.
Il piano comprende tre sale chirurgiche e tutti i locali di supporto: attesa, accettazione, studi medici, locale visita, preparazione, risveglio, spogliatoi e servizi.
Secondo voi è possibile servire l’intero piano con un’unica UTA, organizzando correttamente le portate e mantenendo le pressioni differenziali richieste tra sale chirurgiche, corridoi e locali accessori?
Oppure sarebbe preferibile, o necessario, prevedere:
- una UTA dedicata alle tre sale chirurgiche e un’altra UTA per i locali accessori;
- una sola UTA dedicata all’intero blocco chirurgico;
- addirittura una UTA separata per ciascuna sala?
Trattandosi di un PC1 e non di un blocco operatorio ospedaliero vero e proprio, vorrei evitare di applicare automaticamente criteri impiantistici sovradimensionati, ma allo stesso tempo non vorrei impostare una soluzione che poi possa creare problemi in fase di autorizzazione o accreditamento.
Altro tema sul quale ho ancora parecchi dubbi è la scelta dei terminali ambiente.
Gli architetti hanno previsto superfici vetrate piuttosto estese, anche se dovrebbero essere presenti schermature solari esterne. Le alternative che sto valutando sono sostanzialmente fancoil, travi fredde oppure soffitti radianti.
Dal punto di vista del comfort e dell’integrazione architettonica, travi fredde e soffitti radianti sarebbero sicuramente interessanti, soprattutto considerando che l’aria primaria verrebbe comunque trattata dalle UTA.
Personalmente, però, al momento sarei più orientato verso i fancoil. Il motivo principale è che, in presenza di superfici vetrate importanti e di carichi estivi non sempre facilmente prevedibili, temo possibili problemi di condensa con i sistemi radianti o con le travi fredde, oltre alla necessità di mantenere un controllo molto preciso dell’umidità interna, della temperatura di mandata e del punto di rugiada.
Con i fan coil avrei probabilmente una soluzione meno elegante, ma più semplice da gestire, più reattiva rispetto ai carichi e forse anche più prudente in una struttura con destinazioni molto diverse tra loro.
Secondo la vostra esperienza, in una struttura sanitaria di questo tipo, con aria primaria trattata e impianto a quattro tubi, quale terminale ritenete più adatto?
Le travi fredde o i soffitti radianti possono essere una soluzione realmente affidabile anche con grandi superfici vetrate, oppure il fan coil rimane la scelta più concreta e sicura?
La priorità, in questa fase, è capire quali separazioni siano realmente necessarie, perché da questo dipendono il numero e la dimensione delle UTA, i cavedi, gli spazi tecnici e soprattutto le altezze dei controsoffitti.
Qualsiasi esperienza su strutture analoghe o indicazione sulla suddivisione delle UTA e sulla scelta dei terminali è ben accetta.
Struttura sanitaria polivalente
Moderatore: Edilclima
Re: Struttura sanitaria polivalente
Perchè no macchine polivalenti?vinz75 ha scritto: mer ago 05, 2026 15:02 Per la produzione dei fluidi caldi e freddi sto valutando tre pompe di calore reversibili da circa 500 kW ciascuna:
- una normalmente dedicata alla produzione di acqua calda;
- una normalmente dedicata alla produzione di acqua refrigerata;
- una terza macchina in backup al 100%, utilizzabile sia sul caldo sia sul freddo.
Non trovo il senso di avere macchina 1 che preleva calore dall'aria esterna e contemporaneamente
una seconda macchina che cede calore all'aria esternavista la compresenza di destinazioni e carichi molto diversi oltre a pareti vetrate estese su quasi tutto il perimetro
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Re: Struttura sanitaria polivalente
Perchè negli anni le hanno proposte un po' tutti, salvo poi rendersi conto che termodinamicamente non bilanciano, salvo 2/3 mesi all'anno.
Negli altri mesi hai o tutto caldo o tutto freddo.
L'estra investimento non si ripaga, e per di più la macchina è estremamente più complessa e costosa da manutenere.
Il diritto pubblico fondato sulla uguaglianza [...]non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento.”
Henri Fréderic Amiel, 12 giugno 1871
Henri Fréderic Amiel, 12 giugno 1871
Re: Struttura sanitaria polivalente
Mi ha anticipato NNN. Ho considerato l'ipotesi di una polivalente che lavori sui carichi base caldo e freddo, integrata da pdc e chiller.
Ma alla fine per garantire anche la riserva gli spazi aumentano in maniera considerevole. Dunque ho scartato questa soluzione.
Il problema principale che sto riscontrando è che il progetto architettonico sembra ignorare quanto spazio debba essere riservato agli impianti. Siamo proprio in alto mare.
Ma alla fine per garantire anche la riserva gli spazi aumentano in maniera considerevole. Dunque ho scartato questa soluzione.
Il problema principale che sto riscontrando è che il progetto architettonico sembra ignorare quanto spazio debba essere riservato agli impianti. Siamo proprio in alto mare.